Ci guardiamo di sottecchi mentre lavoriamo in silenzio. La quiete ci avvolge come una coperta, una coperta fredda, quella di una neve caduta abbondante su qualcosa dai bordi frastagliati, contrari all’estetica. E’ un agente di bellezza, questa neve: restituisce al paesaggio ferito più volte dai fendenti del terremoto una sua uniformità, una pulizia di linee dai morbidi contrasti. Ma che ne sanno gli altri, pensiamo. Che ne sanno di queste vanghe già consumate, che ne sanno del respiro ritmico del compagno al tuo fianco che spala silenzioso. Il resto del paese ci guarda attraverso un oblò rettangolare e parla, commenta, il più delle volte critica. Alcuni si riferiscono a noi parlando di eroi, ma non sanno ciò che dicono. Qui di eroi non ce ne sono. E’ che non siamo per niente gente facile, noialtri volontari. La politica non ci interessa. Lo farebbe, qualora avesse una propria dignità. Non ci interessa l’arricchimento personale. Non ci interessano gli occhi di bue e i palcoscenici, di certo non qui. Odiamo il buonismo e sopratutto l’inazione. Men che meno, ci interessano i giochi di potere. Ce ne freghiamo del politically correct, non ci interessa lusingare alcuno.
Siamo degli egoisti, ecco cosa siamo. Sissignore. Esser volontari è forse la più alta – seppur nobile – forma di egoismo. Così come non puoi correre una maratona senza sudare, non puoi far del bene senza trarne una soddisfazione personale. Noi, in questa soddisfazione personale, facciamo il bagno. Ma non agiamo così per immergerci in questa fonte battesimale, ma piuttosto perché siamo quelli cocciuti, quelli che quando sentono di una brutta notizia spostano l’attenzione dal proprio privato per capire se sia possibile fare la differenza, anche minima, intervenendo. Ed è proprio con questo spirito che la mattina del 24 agosto 2016 (così come in altre decine di situazioni) abbiamo risposto al telefono di chi ci chiamava per informarci, svegliati dai, c’è stato un terremoto della Madonna, fai la borsa, metti dentro roba per una decina di giorni almeno, sbrigati, dai. Ed è così che i dieci giorni sono diventati cinque mesi, cinque mesi in cui non abbiamo mai smesso di esserci, malgrado tutto e tutti; la cocciutaggine, dicevamo. Perché un’emergenza non è solo lacrime e grandi gesti vissuti a caldo ma di brevissima memoria. Un’emergenza sono popolazioni, sono realtà culturali, sono sorrisi e amicizie, numeri di telefono, ma quanto torni, torno presto, forse la settimana prossima se riesco a incastrare lavoro, famiglia, visite mediche bollette i figli la mia vita che – ormai – è anche la vostra. In tanti anni di volontariato mai avevamo vissuto un’emergenza simile, mai avevamo toccato con mano la miseria in cui l’essere umano può precipitare. Per questo non possiamo restare indifferenti, per questo non possiamo tacere la nostra attività pur rischiando di cadere nella retorica, nell’auto compiacimento. E’ giusto far sapere che nelle zone terremotate la situazione non è solo quella vista dei cinque minuti di servizio giornalistico o quella dei pochi articoli di giornali letti facendo colazione al bar. La neve, il freddo, la mancanza di un futuro tangibile dura ventiquattro ore su ventiquattro per coloro che hanno, più per necessità che per scelta, deciso di rimanere in quelle zone tanto stupende quanto martoriate. Si può liberamente continuare a criticare la gestione dell’emergenza, si può continuare a pensare che si potesse e si dovesse fare di più, e alla svelta. Si può anche smettere, d’altro canto, di pensare che esista un’entità chiamata Stato che veda e provveda a qualsiasi situazione come, in un mondo perfetto, dovrebbe essere. Si può realizzare come nella Protezione Civile, oltre alle componenti quali Esercito, forze dell’ordine eccetera, esista una fondamentale componente data dal volontariato, fatta nella propria interezza di persone qualunque, prive di particolare eroismo ma dotate di grande voglia di fare. Si può infine scegliere di continuare ad aspettare una manna dal cielo che puntualmente non arriva, oppure si può scegliere di mettersi in gioco e provare a fare, come minima parte di un enorme meccanismo, la differenza. Robert Frost scrisse: «due strade divergevano nel bosco, ed io – io presi quella meno battuta, e questo ha fatto tutta la differenza», e così vale per la scelta che noi tutti, volontari, abbiamo fatto.
E’ solo una questione di scelte. Chi è volontario, lo sa.

E noi volontari li siamo.
Eccome, se li siamo.

ADC

Tagged with →  

Dicci la tua!